Quarant’anni senza Vittorio De Sica –

Quarant’anni senza Vittorio De Sica, ma il suo genio continua a brillare sulla scena della cinematografia italiana. Scomparso il 13 novembre del ’74, la sua figura di regista e attore è stata ricordata al festival dei 2 Mondi di Spoleto con un inedito intitolato “Mammina”, ritrovato nell’archivio di famiglia e “regalato” al pubblico per omaggiare un artista tra i più prolifici della storia contemporanea. La vicenda cinematografica di De Sica, quattro Oscar, l’ultimo nel ’74, è imprescindibile da quella dello scrittore e sceneggiatore Cesare Zavattini, insieme al quale firmò i suoi maggiori capolavori.

Il partenariato tra De Sica e Cesare Zavattini comincia nel 1943 con “I bambini ci guardano” per consolidarsi tre anni dopo con il successo di “Sciuscià” (1946), uno dei manifesti del neorealismo italiano di cui De Sica fu un massimo esponente. Nel film l’universo infantile prende forma attraverso un’indagine interiore sfociata in una denuncia civile sulla povertà nella quale annaspa la piccola borghesia dopo la guerra. I portavoce dell’Italia di quei giorni sono due piccoli lustrascarpe ricattati dalla miseria e costretti a sopravvivere con ogni mezzo. Per l’occasione De Sica varca la soglia di un istituto di pena minorile e mostra le condizioni drammatiche in cui vivono i piccoli detenuti. Ciò che ci riconduce all’attualità è l’interrogativo posto dal film: il carcere può essere rieducativo? I fatti di cronaca, oggi, ci indicano l’istituzione carceraria come un luogo senza riscatto. Un luogo di dannazione proprio come sottolinea il tragico epilogo di “Scusià”, che tuttavia non impedisce al regista di inserirvi un pizzico di speranza, ingrediente di cui è permeata la produzione cinematografica in seno al neorealismo. Dopo Suscià De Sica firma un altro grande must “Ladri di biciclette” (1948), forse la migliore delle sue pellicole sulla situazione sociale dell’epoca. Un racconto per immagini che creò un certo imbarazzo nei palazzi della politica, dove ci si interrogava sull’opportunità o meno di mostrare le difficoltà economiche del nostro Paese. Alla ruvida realtà di “Ladri di biciclette”, De Sica sostituisce lo stile favolistico e favoloso di “Miracolo a Milano” (1951) nel quale l’ingiustizia sociale emerge con prepotenza pur nella compostezza dei toni. Il top della “filosofia” neorealista della coppia De Sica – Zavattini arriva con il film “Umberto D.”, dedicato al padre del regista e uscito sul grande schermo nel ’52. In questo caso è l’osservazione costante del gesto quotidiano dei protagonisti a restituire l’immagine della grande povertà dei pensionati costretti ad arrangiarsi fino all’umiliarzione con pensioni ridicole e insufficienti a garantire la sopravvivenza. E’ comunque con il “Tetto”, film del ’56, che la coppia si discosta dal neorealismo per rispondere a canoni più commerciali e spettacolari richiesti dall’industria cinematografica d’oltreoceano. E così, alla luce di un riuscito compromesso nascono “Stazione Termini” (1953), “I sequestrati di Altona” (1962), Il boom (1963), “Ieri, oggi, domani” (1963), il premiatissimo Matrimonio all’italiana (1964), “Un mondo nuovo” (1965) e via via fino a “I girasoli”, (1970). Dopo film fortunati tratti da opere letterarie come ad esempio “L’oro di Napoli” di Giuseppe Marotta, De Sica si guadagna l’ultimo Oscar con la trasposizione cinematografica de “Il giardino dei Finzi Contini” tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Bassani. Quattro anni dopo Vittorio De Sica muore in Francia, lasciandoci una ricca eredità culturale impermeabile al tempo.


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