Io sto con la sposa –

Al Festival del Cinema di Venezia è stato applaudito per 17 minuti, una vera e propria standing ovation, l’anteprima di successo c’è stata sabato 13 settembre al Piccolo di Milano, la città dove tutto è cominciato. E dal 9 ottobre il caso cinematografico ‘Io sto con la sposa” di Gabriele Del Grande, Antonio Augugliano e Khaled Soliman, approda nei cinema. E’ una bella storia di speranza e libertà, una fuga reale dalla guerra e dalla miseria con un lieto fine in progress. Tutto è nato da un’idea dei registi: un finto, ma credibile, corteo nuziale per consentire ai fuggiaschi di Palestina e Siria incontrati alla stazione meneghina di Porta Garibaldi di raggiungere la Svezia. La meta è il grande nord, una terra meno amara, dove riunirsi a parenti e amici dopo essere scampati al naufragio di Lampedusa nel quale morirono 500 persone.

E’ così che l’originale odissea dei protagonisti è diventata una scommessa da red carpet ben riuscita al punto di emozionare il pubblico di Venezia, dove l’apparizione di tante spose strette intorno agli “attori-rifugiati”, è stata una dichiarazione d’affetto. E un’affermazione di principio in favore della libertà di varcare i confini senza rischiare di morire solo per essere nati in una parte sbagliata del mondo.
Sostenuto con 100 mila euro raccolti grazie al crowdfounding “Io sto con la sposa” s’insinua nella memoria e diventa una riflessione corale: ogni racconto, ogni brindisi, ogni lacrima e ricordo scorrono tra il pubblico e i protagonisti come un lungo momento di condivisione. Come a voler dire che la vita è più forte e importante della ragione di Stato a volte tanto fredda da essere disumana. A dirla tutta, proprio come fanno i registi durante il racconto, 
è un film contro la legge proprio per quel favorire la fuga dei profughi. Naturalmente c’è modo e modo, il loro è sicuramente nato per stare dalla parte dei più deboli.
Poeta lo sposo, rapper l’adolescente arrivato dal mare insieme al padre, dissidente una coppia siriana scappata per dare futuro, cittadinanza e libertà ai propri figli, palestinese naturalizzato italiano uno dei registi, sensibile, ma di ferro, la finta sposa, che prima di prendere la via dell’Europa cercava consolazione nella musica in cuffia per ignorare il sibilo dei missili. Questa in breve la descrizione del cast, che in un abbraccio di gioia, raggiunge in treno la Svezia. Per cominciare una nuova vita e lasciarsi alle spalle la via della clandestinità che dalla Francia – lungo un sentiero usato in passato dagli italiani per non essere respinti alla frontiera dietro la quale avrebbero trovato lavoro – si dipana fino ai paesi del nord. Sullo schermo si alternano momenti di euforia e di tristezza. Lo sposo incide su un muro diroccato i nomi dei suoi compagni di viaggio morti nell’attraversata, il loro ricordo è forza e al tempo stesso impone interrogativi ben descritti dal più anziano dei protagonisti che s’interroga sul perché una famiglia di 13 persone debba pagare 13 mila euro per affogare nel Mediterraneo invece di navigare verso una nuova opportunità di vita.


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