Giornalisti del cinema –

E’ la fine dell’Ottocento, quando in Francia il caso Dreyfus tiene banco dalle pagine dei giornali, che George Méliès porta sul grande schermo il primo giornalista della storia del cinema, ma bisogna aspettare l’avvento di “Quarto potere” di Orson Wells per approdare a un filone cinematografico giocato sulla figura del reporter . Era il 1941. Da allora, solo in America, sono uscite oltre mille pellicole dedicate al cronista amato, odiato, mitizzato e criticato. Ma sempre e comunque calato nel suo tempo quale testimone “buono” o “cattivo” a seconda dei casi.

Sul grande schermo agiscono il “crusade”, il cronista disposto a tutto pur di riportare a galla verità insabbiate; il “detective”, figlio della grande depressione americana, parente stretto di Marlowe, disilluso, amico dell’alcol, “tiratardi”, prigioniero dell’incertezza economica del suo lavoro; l’”incorruttibile”, generalmente un reporter di guerra; il cinico e manipolatore, di solito un caporedattore consumato dal mestiere. I ritratti sono tanti – li hanno tratteggiati di recente i critici cinematografici Irene Bignardi e Giorgio Gossetti nell’edizione settembrina del Festival della Comunicazione di Camogli – garantire un titolo a ciascuno è un’operazione infinita. Più semplice è ricordarne qualcuno, magari cominciando dall’Italia, dove l’eroe della notizia caro alla letteratura cinematografica anglosassone è stato sostituito da figure più vicine alla commedia come l’immaturo Perozzi di Amici Miei o da antieroi come il Silvio Magnozzi-Alberto Sordi di “Una vita difficile” (1961) di Dino Rosi, il giovane Roveda di “Sbatti il mostro in prima pagina” (1974) di Marco Bellocchio, costretto al silenzio dal proprio direttore per assecondare l’intreccio tra stampa e politica a scapito della verità su un delitto. Un omicidio attribuito ingiustamente a un extraparlamentare di sinistra per screditarne l’ala di militanza presso l’opinione pubblica. Non ultimo c’è “Fortpàsc” con cui nel 2009 Marco Risi ha raccontato la storia di Giancarlo Siano, redattore del Mattino, ucciso nel 1985 dalla camorra. Morto a soli 29 anni, Siano firmò la sua condanna a morte per i suoi pezzi troppo attenti a scavare nella realtà degli appalti pubblici. Giornalismo di denuncia, che in America ha avuto un suo masterpiece con “Tutti gli uomini del presidente” (1976) di Alan J. Pakula. Il film, scritto da William Goldman, interpretato da Robert Redford e Dastin Hoffman, racconta l’indagine giornalistica di Carl Bernstein e Bob Woodward del Washington Post, i due scoprirono le attività illegali dell’amministrazione Nixon durante la campagna elettorale del 72 e mantenendo alta l’attenzione su diversi aspetti della vicenda, contribuirono nel ’76 ad accelerare le dimissione del presidente. Acclamato dalla critica per il palese dissenso verso la decisione statunitense di appoggiare gli squadroni della morte e le forze militari coinvolte nella guerra civile , “Salvador” (1986) di Oliver Stone appare tra i film più apprezzati del filone giornalistico. E’ stato scritto a quattro mani dal regista e da Richard Boyle, il reporter protagonista della storia interpretato nel film da James Woods. Anche in questo caso la pellicola è figlia della cronaca dei tempi, Stone descrive le mostruosità di una guerra patita dalla popolazione e condannata pubblicamente dall’arcivescovo Romero assassinato dagli squadroni della morte. Datato, ma sempre d’attualità è invece “Diritto di cronaca” (1981) con cui il regista Sidney Pollack sottolinea prevaricazioni e abusi del media. La parte scomoda della cronista senza scrupoli è affidata a Sally Field, pur di portare a casa il risultato è disposta a rovinare la vita di Michael Gallegher – Paul Newman il cui unico torto è essere figlio di un mafioso,. La verità ancor più della notizia è invece l’obiettivo finale del cronista Cal McAffrey di “State of play” di Kevin Mcdonald. Protagonisti del thriller del 2009 sono Russel Crow e Ben Affleck, un giornalista d’inchiesta e un politico, due vecchi amici che tornano a incrociarsi per una morte sospetta, consumata sullo sfondo di una vicenda politico-economica. Al di là della storia, il film mette in risalto come i cronisti del cinema siano troppo inclini a dedicarsi alla ricerca della verità a tutti i costi piuttosto che della notizia, essenza primaria dell’informazione. Forse è proprio questa ambiguità sposata dal grande schermo, nella quale notizia e verità si confondono, ad aver spinto il Sunday Time e il Times a raccontare in forma di cortometraggio digitale la vita di redazione, “The inquiet film series” presenta al pubblico persone autentiche, giornalisti veri alle prese con il proprio mestiere. Che certo non è il copia incolla praticato con sempre maggior frequenza dai nostri quotidiani.


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