Filmopera –

Cinema e opera, il matrimonio è scontato fin dagli anni Trenta. A decretarne il successo sono stati i soggetti popolari, conosciuti dal grande pubblico, adatti per dare respiro a intrecci complessi, a volte edificanti, che sono sempre stati fonte d’ispirazione per i registi. La lirica si è fusa con la settima arte non tanto per le musiche quanto per i personaggi il cui carattere simbolico e narrativo ha conquistato chi stava alla macchina da presa e chi ne ha conosciuto il lavoro finito. Soprattutto in Italia, dove il melodramma è quasi un manifesto nazionale.

Il filmopera, filone di successo negli anni ’70, ha avuto declinazioni di ogni tipo, della Carmen di Bizet esistono ben 35 versioni la prima delle quali girata nel 1907, venticinque del Faust, diciotto il Don Giovanni. L’interpretazione dei grandi must operistici ha assunto principalmente il profilo della divulgazione ma in alcuni casi, come nel Flauto Magico di Bergman (1975) si è piegata a obiettivi ambiziosi con risultati osannati dalla critica. Nel suo Flauto Magico Bergman usa tecniche di ripresa tali dal rendere vivo l’universo mozartiano e l’erotismo di cui è pervaso, con la macchina da presa indaga i trucchi cinematografici, si insinua nei camerini, analizza i personaggi dietro le quinte. La sua Regina della Notte è la quintessenza dell’amore ma segue la cifra stilistica del regista trasformandosi in una delle tipiche figure femminili cui è profondamente legato. Il Don Giovanni di Joseph Losey, che come ogni opera si trova costretto nella dimensione cinematografica per sua natura in contrasto con la digressione di cui necessita la musica, si gioca su un escamotage vocale per dare equilibrio alla pellicola. Il regista registra e propone i recitativi così come li ha colti per mantenere intatto il rapporto tra voce e mimica facciale. Nella Carmen di Rosi è l’ambientazione a porsi come mezzo indispensabile per superare la staticità della arie ed è il montaggio, rispettoso della musica, a rendere giustizia alla storia. Diversa, essenziale nelle scenografie, moderna è Carmen Story di Carlos Saura, nomimato all’Oscar come miglior film straniero nel 1983 e presentato al 36esimo Festival di Cannes, dove vinse il Grand Prix Tecnico. Nel film la vicenda operistica si sovrappone a quella reale, resta comunque una storia di passione e morte, figlia della medesima gelosia che ha reso famosa l’opera nel mondo. Per chiudere l’incompleta carrellata ci sono da ricordare le pellicole di Franco Zeffirelli, un divulgatore di classe superiore, che ha spostato dal palcoscenico al grande schermo “La Traviata” e l’”Otello” di Verdi (1983 e 1986) e M. Butterfly di David Cronenberg (1993) basato su una piéce di David Henry Hwang e ispirata a un fatto realmente accaduto nella Pechino dei primi anni Sessanta. Un toccante mélo dai risvolti drammatici che intreccia la musica della Madama Butterfly di Puccini e la politica della rivoluzione cinese quale sfondo del declino delle tradizioni.


Top