Cinepittura –

Legato all’Italia, alla storia dell’arte e alla pittura, il regista britannico Peter Greenway, il più artigiano e sperimentatore dei cineasti, ha di recente fatto ritorno nel nostro Paese a Pietrasanta, in provincia di Lucca, dove con una lezione e due giorni di proiezioni di suoi film e documentari ha ribadito quanto sia stretto il legame tra i linguaggi pittorico e filmico. Un sodalizio così potente da cancellare i confini tra schermo e tela grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie praticato da Greenway fin dall’avvento della digitalizzazione. E’ talmente vasto il campo di sperimentazione del regista, formatosi nel mondo della pittura, da vederlo ospite d’onore della rassegna Scolpire il tempo – Mindcraft organizzata da MuSA, il Museo virtuale della Scultura e Architettura e curata da Alessandro Romanini direttore della Fondazione del Centro di Arti Visive della località lucchese.

Nel masterpice dell’’82 “I misteri del giardino di Compton House”, Greenway richiama l’arte rinascimentale, ne Il Cuoco predomina il barocco e qualcuno intravvede ne Il ventre dell’architetto il guizzo della Grande Bellezza. Il regista sa contenere l’esperienza pittorica grazie a quella di cineasta collaudato da 50 anni di carriera, conosce alla perfezione i confini di uno schermo e tratta ogni dettaglio visivo come stesse dipingendo su una tela. E’ un grande, dal fluido guizzo artistico presente anche nei più recenti lavori come Nightwatching (2007), pellicola dedicata alla vita di Rembrandt, e “Eisenstein in Guanajuato”, uscito quest’anno per raccontare la vita del famoso regista e scrittore sovietico. Pioniere nell’ambito degli audiovisivi, Greenway è sempre stato convinto che il medium pittorico abbia la capacità di cambiare i canoni della realtà contemporanea alimentando il linguaggio cinematografico con operazioni di rinnovamento in progress.

In parte ne è convinto anche il critico Angelo Moscariello autore del saggio Cinema e Pittura dal quale si evince la metamorfosi del cinema ormai avviato a trasformarsi, grazie all’evoluzione tecnologia, in cinepittura digitale, un mix di espressività ed estetica tale da aprire nuovi varchi alla creatività. In poche parole tra le arti visive esiste ormai una tale sovrapposizione da annullare le singole identità. E’ la nuova frontiera del cinema, che il grande regista Federico Fellini la cui grafica caricaturale vive nei suoi capolavori, primo tra tutti Amarcord, avrebbe certamente invidiato. E forse lo avrebbe fatto anche Pier Paolo Pasolini, un intellettuale alla macchina da presa, che introdusse in modo provocatorio l’elemento sacro riproducendo il Cristo morto del Mantegna e calandolo nel degrado descritto nel ’62 in Mamma Roma.

Il legame tra pittura e cinema, oltre ad essere stato analizzato da moltissimi esperti, ha coinvolto un ventaglio di cineasti di primo piano tra cui Luchino Visconti, rapito dai macchiaioli come si evince da Senso (1954) e dal Gattopardo (1963), Kubrick che con Arancia Meccanica (1971) tradusse in immagini quanto succedeva nella pop art e seppe enfatizzare consumismo e aggressività, senza contare Jean Luc Godard vero e proprio “re” delle citazioni pittoriche. Più attuale l’opera di David Lynch, anch’egli figlio della pittura come dimostrano i suoi cortometraggi a tecnica mista e, per finire, non sono da dimenticare i pittori italiani passati alla macchina da presa per puro amore di sperimentazione. Due nomi per tutti Mario Schifano e Luigi Veronesi.


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