Cinema mon amour –

Niente più della settima arte ha celebrato l’amore in tutte le sue sfumature. Intrigante, erotico, passionale, puro, perverso, distruttivo, platonico. Al maschile e al femminile. E adesso con la chiusura di molte sale, pare quasi che il sentimento più emozionante, l’unico in grado di muovere ogni cosa nel bene e nel male, sia in declino quasi quanto i sogni proposti dal grande schermo. L’amore è diventato un desiderio low cost, da vivere sul divano di casa attraverso visioni televisive frammentate, spesso distratte e un po’ nevrotiche come il nostro mondo. Come le storie dei nostri tempi, specchio generazionale spesso malgiudicato dai critici, ma gradite al pubblico, che in silenzio si ritrova nei personaggi tratteggiati dai registi.

Un esempio? Le famiglie in crisi perenne, i tradimenti, gli innamoramenti infantili, le evasioni pericolose del gruppo di amici de “L’ultimo Bacio” e di “Baciami ancora” di Gabriele Muccino, che ha incassato 9 milioni di euro. Le pellicole sono pervase dall’incapacità di adeguarsi all’incedere delle età lasciandosi alle spalle la leggerezza dell’adolescenza. Sono identità da Terzo Millennio, inclini alla fuga, a stemperare il peso delle responsabilità, ad amarsi ma solo un po’, a perdersi in sessualità definite, ma non poi troppo, come nel caso del protagonista del godibilissimo “Le fate ignoranti” di Ozpetek. E’ l’amore a spot, girato in fretta, a metà tra pubblicità e realtà, esasperato nel robotico “Nirvana” di Salvatores (1997), paradossale e carico di solitudine nel recente quanto originale film “Lei” di Spike Jonze vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura. Un fantastico Joaquim Phoenix, cuore spezzato da una fallita relazione, dialoga e s’innamora di Samantha, il sistema operativo informatico con cui riesce persino a fare sesso. Ed è sempre l’amore a dominare “Upside down” di Juan Solanas, pellicola uscita nel 2012, i due protagonisti appartengono a due mondi, quello di sopra e quello di sotto, una metafora della diversità di genere, una sfida a cui tuttavia non rinunciano. Contrariamente al titolo da commedia “Se mi lasci, ti cancello” di Michel Gondry e Charlie Kaufman girano il viaggio nella mente di un uomo deciso a cancellare il ricordo della sua compagna, una pratica fantascientifica a cui la sua mente si ribella nascondendo nella memoria più profonda i momenti migliori della relazione spezzata. Un film sull’ingovernabilità di un sentimento senza il quale chiunque fatica resistere al panorama della quotidianità.
Lati chiari e oscuri dell’amore, fonte inesauribile dei cineasti sia quando sposano produzioni commerciali sia quando sono alternative al cinema di cassetta. Indimenticabili le perversioni figlie della noia francese settecentesca de “Le relazioni pericolose” di Stephen Frears. Il film, costumi e ambientazioni perfetti, è tratto dal romanzo omonimo di Choderlos de Laclos e rende la carica distruttiva di un gioco d’amore che esplode in una sconfitta per ciascuno dei personaggi coinvolti. Una carica distruttiva esplicita anche in “Ultimo Tango a Parigi” di Bertolucci (1972), nella “Signora della porta accanto” di Truffaut (1981), due capisaldi dell’amore maledetto. Ma a tutto c’è un rimedio come suggerisce la pellicola di Sofia Coppola “Lost in Translation”, commedia drammatica costruita intorno a un incontro in un hotel di Tokio tra un uomo e una donna ricattati dalla solitudine che sanno superare per scoprirsi innamorati. Giusto qualche titolo per ricordare quanto l’amore dà e ha dato al cinema regalandoci storie superlative, colonne sonore indimenticabili e dichiarazioni insuperabili come quella di Guido a Dora – Benigni alla moglie – in “La vita è bella”.


Top