Cinema e moda –

L’abito fa il monaco, soprattutto nel cinema, con buona pace del detto popolare. Sono i costumi di scena a costruire l’essenza di un personaggio di successo del grande schermo. La relazione tra moda e cinema non solo è indissolubile, ma detta gli stili e racconta i cambiamenti sociali, quando non li previene. Nonostante l’Oscar per i costumisti sia stato istituito nel ’48, ultimo tra gli altri, la storia del cinema deve moltissimo all’abito, al punto che con il passare degli anni gli stilisti hanno compreso la potenza persuasiva del grande schermo e sono entrati nel business cinematografico. Un nome per tutti Givenchy, autore dei capi indossati da Audrey Hepburn in Sabrina di Sydney Pollack.

La pellicola del 1954 fu la prima a conclamare il rapporto tra grandi firme della moda e cinema. Per venire ai giorni nostri durante i quali gli abiti già confezionati (fatta eccezione per quelli storici) vengono offerti dalle griffe permettendo alla produzione di contenere i budget, la pellicola più attesa della primavera è stata “The Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson. I fashionisti lo aspettavano con trepidazione, perché sono stati i suoi Tenenbaum (2001), newyorkesi dell’upper class, a “dettare” uno stile bizzarro e affascinante di vestire che ha fatto scuola.
A raccontare la moda trasformandola nella protagonista indiscussa del film ci ha pensato pure David Frankel con “Il diavolo veste Prada” (2006). Una storia vera tratta dal romanzo Lauren Weisberger la tartassata assistente della perfida direttrice di Vogue, Anne Wintour. Sono pellicole emblematiche a cui vanno aggiunte per giustizia di cronaca “Bella di giorno” di Louis Bunel (1967), gli abiti di Catherine Deneve sono firmati da Saint Laurent mentre quelli indossati da Richard Gere in “American Gigolo” di Paul Schrader (1980) sono di Giorgio Armani. C’è poi il caso dell’italianissimo “Sotto il vestito niente” di Carlo Vanzina, film del 1985 costruito sullo sfondo della ‘Milano da bere’, che trovò la disponibilità di Franco Moschino a cui si deve l’organizzazione della sfilata inserita nella pellicola. Ne “L’età dell’Innocenza” di Martin Scorzese (1993), le pellicce d’epoca sono delle sorelle Fendi mentre i costumi del fantascientifico “Quinto elemento” di Luc Besson (1997) sono opera di Jean Paul Gaultier. Dallo schermo alla realtà il passo è breve e la moda fa il resto replicandosi nelle vetrine e addosso a ognuno di noi.
La moda ha sempre vestito ieri come oggi. E’ cambiato il modo, la sartoria dietro le quinte è quasi tramontata per far posto al pret a porter, un processo conclamato nella seconda metà degli anni Sessanta, quando i costumisti cominciarono a mediare tra sartoria e griffe. Tutto è incominciato negli anni Trenta a Hollywood, dove lo star system fece breccia nel cuore del pubblico trasformando divi e divine in un modello da emulare dietro il quale costumisti di talento erano all’opera. E così, in tempi diversi, Adrian creò lo stile Greta Garbo, Banton quello Marlene Dietrich, Jean Louis l’irripetibile abito di satin di Gilda, Orry Kelly il tailleur di Ingrid Bergam in Casablanca. Altri esempi? Edith Head, otto oscar, ha vestito Gloria Swanson ne “Il viale del Tramonto”, Audrey Hepburn in “Vacanze Romane”, Grace Kelly ne “La finestra sul cortile” creando un’icona storica, l’abito da sera bianco e nero; tre oscar invece per Milena Canonero scelta da Kubrick per lavorare sul set di Arancia Meccanica e di Berry Lindon, che insieme a “Momenti di Gloria” di Hugh Hudson e “Maria Antonietta” di Sofia Coppola, le fruttò le statuette. Che dire poi del decano dei costumisti Piero Tosi? Ha dato il meglio di se stesso con Visconti, ha lavorato tra gli altri con Zeffirelli, Amelio, Pasolini. Ha fatto e fa costume. E infine due parole su “Roma Hollywood”, Cinecittà nel richiamare i divi, aprì le porte agli stilisti che a loro volta aprirono atelier la cui fama è ancora viva nella memoria internazionale. Sono infatti indimenticabili le grandi maison di Emilio Schubert, Fernanda Gattinoni e delle Sorelle Fontana.


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